Collezionarle significa fare un viaggio nel tempo che unisce storia, design e meccanica.
OGGETTI PREZIOSI CON UN ANIMA
Nel corso della storia, le macchine da scrivere hanno rappresentato una delle innovazioni tecnologiche più significative, in grado di rivoluzionare il modo in cui scriviamo, comunichiamo e lavoriamo.
Oggi, nell’era di pc, tablet e smartphone, questi oggetti continuano ad avere un’aura magica, suscitando un certo fascino per l’eleganza estetica e per la capacità di evocare un senso di nostalgia. Scrivere sentendo il suono dei tasti che battono sul foglio e l’inconfondibile “ding” del carrello a fine riga, è un’esperienza emozionante, che non può essere di certo replicata con una tastiera moderna.
Le macchine da scrivere più antiche raccontano molto più di un semplice strumento di lavoro: sono simboli di progresso, creatività e, spesso, anche di arte. E, se ben conservate e funzionanti, possono valere anche migliaia di euro.
UN’INVENZIONE ITALIANA
Il più remoto tentativo di costruire una macchina da scrivere risale al 1575. Il tipografo veneziano Francesco Rampazetto progettò un congegno meccanico con caratteri in rilievo che permetteva ai ciechi di comunicare. Nel 1823, Piero Conti di Cilavegna (Pavia) realizzò il “tacheografo”, che significa “che scrive in fretta”: poteva imprimere caratteri su carta utilizzando punzoni. Vent’anni più tardi, Giuseppe Ravizza, avvocato novarese, costruì invece un “cembalo scrivano”, di cui un modello è conservato al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Tra il 1864 e il 1869, Peter Mitterhofer, un falegname di Merano, realizzò ben cinque modelli di macchine da scrivere, di cui due in legno. Quando, però, decise di mostrarle all’imperatore Francesco Giuseppe, il sovrano non colse l’importanza commerciale del prototipo.
QWERTY, IERI COME OGGI
Fu il giornalista statunitense Christopher Latham Sholes a perfezionare il prototipo italiano, probabilmente “copiando” quello di Ravizza, ottenendo una disposizione dei tasti più funzionale. Realizzò, infatti, una tastiera con un ordine delle lettere non molto diverso da quello presente sui nostri computer. L’industria bellica Remington intuì subito le potenzialità commerciali della sua nuova invenzione, tanto da produrne mille esemplari già nel 1874. Questa macchina da scrivere venne chiamata “Qwerty”, dalla sequenza delle prime sei lettere da sinistra. La stessa sequenza che si trova sulla maggioranza delle tastiere in uso oggi.
LE MITICHE OLIVETTI
Nel 1891 l’ingegnere e imprenditore piemontese Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima azienda, decise di andare negli Stati Uniti, conquistato dalle nuove invenzioni. Collaborò con il reparto di ingegneria elettrica dell’Università di Stanford, portando poi in Italia la produzione di strumenti di misura e di macchine da scrivere. La prima Olivetti, la leggendaria M1, venne presentata all’Esposizione Universale di Torino nel 1911. Tra gli altri modelli più ricercati spiccano la Lettera 32 (1960), compatta, leggera, funzionale ed elegante, e la Lettera 22 (1950), presente nelle collezioni permanenti del MoMA di New York e vincitrice del premio internazionale di design Compasso d’Oro nel 1954.
Non va dimenticata la Valentine, icona pop negli anni ’60 disegnata da Ettore Sottsass: il suo design rosso acceso, volutamente giocoso, è ancora oggi amatissimo dai collezionisti. Alcuni esemplari, se in edizione limitata o in condizioni pari al nuovo, hanno superato i 700 euro di valore. Modelli più rari, come lo Studio 42 e lo Studio 44, oppure le prime versioni di macchine da scrivere portatili prodotte tra gli anni ’30 e ’40, possono spingere il prezzo ancora più in alto, specie se il mercato internazionale entra in gioco.
GLI ALTRI MODELLI ICONICI
La Remington No. 1 (1873), la prima prodotta in serie, con la sua robusta struttura in metallo, il design innovativo e i dettagli floreali color oro dipinti a mano, rappresenta un’altra pietra miliare nell’evoluzione della scrittura meccanica.
Nel 1900 la Underwood, azienda concorrente della Remington, iniziò a produrre modelli più avanzati, come il leggendario 5, che nei successivi trent’anni avrebbe venduto milioni di pezzi in tutto il mondo. E che dire della britannica Smith-Corona Silent del 1930? Stilosissima, fu una delle prime a ridurre al minimo il rumore durante la scrittura.
La Royal Standard, utilizzata anche da Ian Fleming per scrivere tutti i romanzi di James Bond, è in assoluto il modello più venduto nella storia. Ha un corpo metallico elegantissimo di colore nero, dove spicca il nome Royal Standard in oro.
Massiccia, rumorosa e pesante, amata da Charles Bukowski: è l’Olympia SG, un altro modello iconico, nonostante i suoi colori cupi, che spaziano dal grigio al nero.
QUANTO VALGONO E DOVE TROVARLE
Macchine da scrivere rare come la Enigma (la macchina cifrante che trasmetteva i segreti ai nazisti), la Hammond 1b di fine ‘800 (fissata su base circolare di legno), la Lambert del 1902 (che aveva già il tasto con la chiocciola, la stessa che utilizziamo oggi per inviare e-mail) e le già citate Remington No.1 e M1 Olivetti, nel complesso possono raggiungere un valore collezionistico che supera abbondantemente i 100.000 euro. Dove trovarle? Frequentando mercatini vintage e fiere dell’antiquariato, negozi e siti specializzati, aste online. Munendosi di tanta pazienza e aguzzando bene la vista.
Un ultimo consiglio: per conoscere davvero tutti i segreti di questi oggetti preziosi ed evocativi, suggeriamo una visita al Museo della macchina da scrivere di Milano: un percorso emozionante che comincia alla fine del ‘500 a Venezia e arriva al 2011 in India, quando chiuse l’ultima azienda che li produceva, la Godrej & Boyce, segnando così la fine di un’epoca.